I vitigni resistenti PIWI vanno accolti come strumenti indispensabili per affrontare le sfide ambientali, economiche e sociali con cui la viticoltura contemporanea deve confrontarsi per salvaguardare sé stessa e il pianeta.

L’enologia, d’altronde, ha sempre puntato sull’ibridazione: attraverso l’incrocio tra specie diverse, i viticoltori hanno storicamente cercato di elevare la resistenza e la produttività della materia prima. Oggi più che mai, adattare e rinforzare la vite è fondamentale per resistere allo stress dei cambiamenti climatici e all’impoverimento dei suoli.

PIWI è un acronimo che rimanda al tedesco Pilzwiderstandsfähige. Può sembrare un complicato scioglilingua, ma è un tipico nome composto germanico che tiene insieme la parola Pilz (fungo) e l’aggettivo Widerstandsfähig (resistente).

Parlarne è essenziale perché i PIWI rappresentano un vero cambio di paradigma: sono alleati strategici che permettono di ridurre drasticamente la chimica in vigna e preservare la biodiversità, garantendo al contempo vini di alta qualità organolettica.

Anche per un’azienda di eccellenza come Cantine Neri, radicata nella tradizione di Orvieto, i PIWI non sono una minaccia alla tipicità, ma uno scudo per difenderla. Essi permettono di immaginare un futuro in cui il vino è l’espressione di un ecosistema preservato, dove ricerca scientifica e saggezza contadina collaborano per creare prodotti sani e autentici.

La strada verso l’integrazione nelle DOC è tracciata: nei prossimi anni queste varietà troveranno sempre più spazio nel panorama enologico d’eccellenza, coniugando la tutela del patrimonio storico con l’urgenza della transizione ecologica.

Questi vitigni sono il frutto di una lunghissima ricerca genetica nata per contrastare delle malattie arrivate dalle Americhe a fine Ottocento. Tra le casse di piante esotiche che cominciarono a giungere dai Caraibi, dal Brasile e dal Nord America viaggiavano pure dei pericolosi clandestini: la fillossera (Viteus vitifoliae), la peronospora (Plasmopara viticola), l’oidio (Uncinula necator). Funghi che misero in crisi la viticoltura europea. In pochi anni, interi paesaggi millenari vennero guastati da questi parassiti americani a cui la nostra Vitis vinifera, non sapeva e non sa ancora come rispondere. 

I francesi, a partire dal 1880, iniziarono così a incrociare la nostra vite nobile con quelle selvatiche americane. L’idea era quella di prendere la forza della pianta americana e metterci dentro l'eleganza di quella europea. Ma, almeno all’inizio, il progetto non dette ottimi risultati: quei primi ibridi resistevano a funghi e parassiti, ma facevano un vino che sapeva di selvatico, quel sentore “volpino” che ai nobili palati dell’epoca proprio non andava proprio giù… 

Quell’uva presentava insomma troppi difetti organolettici. Ma la ricerca non si è fermata. E con i nuovi PIWI, nati da meticolosi reincroci (back-crossing) tra Vitis vinifera europea e specie selvatiche resistenti, si è arrivati a creare il matrimonio quasi perfetto.

Grazie alle tecniche avanzate dello screening, i ricercatori hanno saputo creare delle varietà che conservano oltre il 95% del DNA della vite nobile, mantenendone intatte le caratteristiche qualitative, ma incorporando la naturale capacità di difesa contro peronospora e oidio.

Cosa sono i vitigni PIWI e perché se ne parla tanto?

Va precisato che la creazione delle nuove varietà PIWI non avviene tramite manipolazione transgenica. Non abbiamo quindi a che fare con OGM. Questi ibridi nascono da un lavoro di impollinazione manuale. Lo sforzo coinvolge direttamente l’enologo che, prima della fioritura, deve rimuovere le antere dove è contenuto il polline dal fiore ermafrodita della pianta designata come genitore femminile. Lo si fa utilizzando pinzette e lenti d’ingrandimento, e con delicatezza. Il tutto per impedire l’autoimpollinazione. 

Successivamente, si applica il polline del genitore maschile (che è il donatore di resistenza) sullo stimma del fiore preparato. Le infiorescenze vengono quindi insacchettate, per evitare contaminazioni da polline estraneo, che può essere trasportato dal vento o dagli insetti. I semi ottenuti da questo incrocio vengono sottoposti a vernalizzazione, cioè a una fase fredda che simula l’inverno per favorire la nascita del germoglio. 

Le giovani piante vengono poi esposte artificialmente alle spore di peronospora e oidio. Soltanto le piante asintomatiche, che dimostrano una resistenza naturale, vengono selezionate per ulteriori test agronomici. Sono analisi relative alla compattezza del grappolo, allo spessore della buccia e alla qualità del mosto.

Ecco perché, grazie a questi ibridi, è possibile ridurre quasi completamente l’uso di pesticidi. Ed è importantissimo. Il settore viticolo europeo, pur occupando solamente il 3% della superficie agricola, utilizza oltre il 65% di tutti i fungicidi impiegati nel continente. 

Diversi studi hanno dimostrato come l'adozione di varietà resistenti permetta di ridurre il numero di trattamenti fitosanitari dall'80% al 90%. In un'annata convenzionale, un vigneto di varietà sensibili, come per esempio Chardonnay o Merlot, richiede dai dodici ai venti interventi stagionali. Un vigneto PIWI può essere invece gestito con soli due trattamenti annuali a base di zolfo e rame, da praticare in prefioritura e post-fioritura per coprire le fasi fenologiche più delicate. La riduzione riguarda anche tutte le altre sostanze chimiche di sintesi usate per contrastare i principali parassiti della vite. 

Meno trattamenti si fanno, più si riduce il passaggio dei trattori tra i filari, con benefici immediati per l'integrità del suolo.

I vantaggi dei vitigni resistenti per l'ambiente e il consumatore

La riduzione dei passaggi meccanici comporta un minor compattamento del terreno, preservando la porosità del suolo e favorendo la vita microbica e dei lombrichi, essenziale per la fertilità naturale delle vigne.

Non è tutto. Con una ridotta frequenza di interventi si spreca meno gasolio. Secondo alcune stime, l'energia necessaria per la produzione e l'applicazione dei fitofarmaci può essere ridotta di oltre il 70% in un regime a conduzione PIWI.

Dal punto di vista della biodiversità, l'assenza di trattamenti a tappeto favorisce lo sviluppo di un ecosistema bilanciato. Nelle vigne gestite secondo principi di sostenibilità, come quella delle Cantine Neri, la presenza di erbe tra i filari e la semina di fiori per attirare insetti utili agisce in sinergia con la resistenza genetica della pianta, creando un ambiente resiliente dove la vite non è un elemento isolato ma parte di una rete biologica complessa.

Oltre ai benefici ecologici, i vitigni resistenti offrono anche dei vantaggi economici che influenzano la sostenibilità dell'azienda nel lungo periodo. Tale risparmio deriva principalmente dalla riduzione dei costi diretti per l’acquisto di fungicidi e dalla diminuzione delle ore di lavoro dedicate ai trattamenti. 

Tale fattore è particolarmente rilevante in territori caratterizzati da viticoltura eroica o di montagna, come alcune aree dell’Umbria o del Trentino, dove la gestione meccanica è complessa e richiede tempi dilatati. E riducendo i passaggi, l’azienda può riallocare la manodopera verso operazioni di maggior valore qualitativo, come la potatura verde o la selezione manuale dei grappoli, pratiche che Cantine Neri già attua con rigore per garantire l’eccellenza della produzione.

Caratteristiche organolettiche: che sapore ha un vino PIWI?

Fino a qualche anno fa i vini resistenti erano guardati con grande sospetto. La percezione comune era che questi non potessero eguagliare la complessità e l’eleganza delle varietà tradizionali. I dati tecnici e le valutazioni enologiche affermano il contrario: le ultime generazioni di vitigni PIWI hanno raggiunto livelli qualitativi tali da rendere difficile la loro distinzione dai vini di Vitis vinifera in degustazioni alla cieca.

Degli studi condotti in Danimarca e in Italia settentrionale hanno per esempio utilizzato la gascromatografia-spettrometria di massa (GC-MS) per identificare i profili volatili delle varietà resistenti, confrontandoli con i classici internazionali. Ed è venuto fuori che i vini PIWI sono definiti da un ricco corredo di esteri etilici di acidi grassi, acetati e alcoli superiori, che conferiscono note fruttate e floreali intense.

Anche le analisi condotte con panel di esperti hanno confermato che la qualità complessiva di queste varietà è del tutto comparabile, e talvolta superiore, a quella dei loro parentali europei.

Un ibrido fondamentale è il Solaris. Si tratta del vero pioniere PIWI, creato nel 1975 a Friburgo da Norbert Becker. Enologicamente, questa varietà è estremamente versatile: può essere vinificato in bianco per ottenere vini secchi e strutturati, ma grazie alla sua precoce maturazione e all'alto accumulo zuccherino, si presta pure per vendemmie tardive e passiti. Un’altra varietà importante è il Souvignier Gris, un incrocio tra Seyval Blanc e Zähringer. Tale ibrido è oggi considerato uno dei PIWI “all-rounder” più promettenti. La sua bacca grigia suggerisce una parentela stilistica con il Pinot Grigio, ma con una resistenza genetica superiore che permette di ridurre i trattamenti anche in annate parecchio piovose. 

Mentre i bianchi PIWI hanno già conquistato ampie fette di mercato, i rossi resistenti affrontano sfide tecniche più complesse, legate principalmente alla gestione dei tannini. Alcuni studi hanno notato che, sebbene le bucce dei rossi PIWI contengano livelli di tannini simili alla Vitis vinifera, questi possono essere meno stabili o tendere a precipitare durante la fermentazione a causa dell'interazione con le proteine della pianta.

Per un’azienda come Cantine Neri, la scelta dei vitigni non è mai casuale, ma è il frutto di un equilibrio tra la valorizzazione delle varietà locali (come il Grechetto e il Procanico) e la ricerca costante di tecniche produttive che rispettino l’ambiente. Il territorio di Orvieto, con le sue colline tufacee e il microclima influenzato dalle valli e dalle colline, offre condizioni ideali per una viticoltura di precisione.

È interessante notare che alcuni studi sul Grechetto di Orvieto hanno evidenziato come questa varietà possieda già di per sé una buccia consistente e un grappolo meno compatto rispetto al Grechetto di Todi, caratteristiche che lo rendono naturalmente più resistente alle malattie fungine e particolarmente adatto a vendemmie tardive o allo sviluppo della Muffa Nobile (come il Poggio Forno, bianco IGP profumato e complesso). L'introduzione di vitigni PIWI in questo contesto non andrebbe a sostituire il patrimonio autoctono, ma a integrarlo in zone specifiche, ad esempio nei filari perimetrali o nei vigneti più vicini ai corsi d’acqua e ai centri abitati, dove la deriva dei trattamenti chimici rappresenta un problema sociale e ambientale.

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