C’è un momento, nell’atto di accostare il calice alle labbra, in cui l'aspettativa del palato si scontra con un’insidia invisibile: il sentore di tappo. 

L’espressione “sa di tappo”, ormai scivolata nel linguaggio comune, serve a descrivere una particolare condizione che soffoca il gusto vero e più prezioso di un vino, lasciando campo a note fastidiose. Ma non è solo una questione di odori. Il pericolo è quello di un’alterazione in grado di compromettere l’integrità di una bottiglia. 

Questo fenomeno, tecnicamente noto come contaminazione da haloanisoli, è qualcosa di più di un semplice accidente organolettico. A uno sguardo più attento, il sentore di tappo si rivela come una complessa trama di interazioni chimiche e biologiche. Effetti che si esprimono poi in sentori, che vanno riconosciuti dalla perizia del produttore e della sensibilità del consumatore.

Anche in questo caso, non bisogna prenderla troppo alla leggera: rifiutare un vino perché sa di tappo non è l'effimero cruccio di un esteta, né un vezzo da snob. È, al contrario, un atto di onestà intellettuale. Comprendere la presenza di una corruzione significa esigere che la voce della terra e il lavoro in cantina non vengano vanificati da un’interferenza accidentale. 

L’integrità del prodotto è infatti la precondizione necessaria per poter godere pienamente del sapore del vino, restituendo dignità alla fatica di chi lo ha concepito e imbottigliato.

Il colpevole ha un nome: il TCA (Tricloroanisolo)

La scienza si interroga da tempo sul fenomeno, e continua a farlo... Un responsabile del sentore di tappo è stato rintracciato all’inizio degli anni ’80. Il TCA, o 2,4,6-tricloroanisolo, identificato per la prima volta dal professor Tanner in Svizzera. Si tratta di una molecola dalla potenza olfattiva impressionante. A livello fisico, più forte di qualsiasi altra sostanza presente in natura. 

La sua presenza è talmente pungente che un solo grammo di questa sostanza pura potrebbe essere sufficiente a inquinare più di dieci milioni di litri di vino! Le nuove ricerche hanno tuttavia concluso che il sentore di tappo non dipende solo dal tricloroanisolo. 

Il TCA è infatti responsabile di una quota compresa tra il 70% e l'80% dei casi di contaminazione. E, comunque, non agisce quasi mai da solo. Gli studi hanno evidenziato l'esistenza di una famiglia di composti simili, i cosiddetti haloanisoli, che possono originare da diverse fonti all’interno della cantina o durante il processo di imbottigliamento.

Ogni composto chimico appartenente alla famiglia degli haloanisoli, oltre una certa soglia di percezione, dà vita a note sensoriali sgradevoli. Al TCA si deve l’odore di cartone bagnato, di muffa e di cantina chiusa. Il tribromoanisolo (TBA) aggiunge una sfumatura terrosa e di stagnazione più intensa, tipo fango. Il tetracloroanisolo (TeCA) rilascia sfumature di legno marcio e polvere.

Come riconoscere il sentore di tappo: i segnali inequivocabili

La comprensione delle differenze molecolari tra i vari haloanisoli è indispensabile per identificare la fonte della contaminazione. In generale, il TCA è associato al sughero, mentre le altre molecole suggeriscono la presenza di problemi ambientali più ampi.

A livello biochimico, la formazione delle composti citati (TCA, TBA, eccetera) avviene attraverso un processo noto come biometilazione. Alcuni funghi, come il Penicillium o l’Aspergillus, sfruttano questa reazione come meccanismo di difesa contro i clorofenoli, che sono sostanze tossiche un tempo utilizzate come fungicidi nel trattamento del sughero o come conservanti del legno. Funziona così: quando questi funghi incontrano i precursori clorurati, come appunto il triclorofenolo, li trasformano in anisoli, ovvero in molecole molto più volatili e meno tossiche per il microrganismo, ma molto sgradevoli per l'olfatto umano.

L’idea che il sapore di tappo dipenda solo ed esclusivamente dal sughero è una semplificazione già confutata dalla scienza. Il TCA è un’ombra capace di allungarsi sul vino ben prima dell'imbottigliamento, rendendo l’espressione “sa di tappo” una metonimia talvolta imprecisa. 

In ogni caso, riconoscere il sentore di tappo è molto importante per evitare di bere un vino compromesso. Poiché il naso è la sentinella del palato, un’anomalia nei profumi anticipa inevitabilmente un’alterazione nel gusto. Laddove l’olfatto percepisce l’ombra della corruzione, l’assaggio non farebbe che confermare il problema. Non vi è dunque motivo di indugiare in una prova gustativa. L’esperienza, fidatevi, restituirebbe soltanto un sorso piatto e amaro, privo di quella freschezza e sapidità che sono l'anima stessa del vino.

Per questo, prima di bere, si è soliti annusare la parte del tappo che sta a contatto col vino. Tale è il metodo rapido, anche se non definitivo, che aiuta a capire se è in atto una contaminazione. Certo, il tappo può avere un cattivo odore anche se il vino è sano, o viceversa. Ma è raro. 

In genere, un tappo sano dovrebbe avere un profumo neutro o leggermente vinoso. Mentre un tappo difettoso puzza inequivocabilmente di muffa. E non bisogna essere degli esperti per cogliere la differenza: basta usare il naso. 

Se il tappo non è di sughero, l’odore percepito sarà quello del metallo o, al massimo, una sfumatura che rimanda alle note del vino stesso. In questi casi bisogna concentrarsi sull'odore del liquido, di cui il tappo non è la causa né il testimone principale.

Il sughero, invece, in quanto materiale vivo, estratto dalla corteccia della quercia Quercus suber, ha struttura porosa che lo rende l’habitat ideale per una vasta gamma di microrganismi. La formazione del TCA può iniziare già nella foresta, dove funghi come l'Armillaria mellea possono parassitare la pianta. Ma il rischio maggiore si concretizza durante le fasi di lavorazione. 

Un dato particolarmente rilevante per Cantine Neri riguarda il fungo Botrytis cinerea. Sebbene questo microrganismo sia il motore della Muffa Nobile del Poggio Forno, capace di trasformare le uve in nettari preziosi e complessi, è stato dimostrato che esso possiede la capacità enzimatica di convertire il triclorofenolo in TCA direttamente nell'ambiente di cantina o sulle uve stesse. Questa dualità sottolinea l’importanza di un monitoraggio microbiologico costante, specialmente in contesti dove la biodiversità fungina è parte integrante del processo di vinificazione. La muffa nobile va intesa come un fenomeno naturale che colpisce le uve tardive, trasformandole in un pregiato vino passito e che mai deve conferire un sapore di tappo al vino dolce...

Olfatto: l'odore di cartone bagnato e cantina chiusa

Uno degli aspetti più insidiosi del TCA non è il suo odore intrinseco, ma il modo in cui interagisce con il sistema nervoso umano. Recenti studi condotti presso l’Università di Osaka hanno rivelato un meccanismo fisiologico molto interessante… A quanto pare, il TCA non si limita ad aggiungere un odore cattivo: agisce come un soppressore della funzione olfattiva.

Il meccanismo molecolare si basa sulla soppressione dei canali CNG (cyclic nucleotide-gated channels) situati nelle membrane delle cellule recettoriali olfattive. In condizioni normali, questi canali si aprono in risposta alle molecole odorose, permettendo il passaggio di ioni che generano l'impulso elettrico poi inviato al cervello. Il TCA, anche a concentrazioni infinitesimali, si inserisce nel doppio strato lipidico della membrana cellulare e blocca questi canali.

Così, a basse concentrazioni, il consumatore non percepisce ancora il sentore di tappo, ma avverte che il vino è stranamente piatto. O, come dicono gli esperti con una bella espressione, è “muto”. In questo senso si perdono gli aromi varietali, le note idrocarburiche e i sentori agrumati. Invece, ad alte concentrazioni il blocco è così forte che il sistema olfattivo genera una sensazione pseudo-olfattiva di muffa e terra. Una percezione che maschera del tutto ogni altra caratteristica del vino.

L’olfatto è dunque lo strumento principale per la diagnosi. E il TCA si manifesta di norma con una progressione di sentori sgradevoli che annullano la piacevolezza del sorso.

Esistono, come abbiamo accennato diversi segnali olfattivi. Il sentore di cartone bagnato è l’aroma tipico e rivelatore del TCA. Si riconosce perché fa pensare al cattivo odore di scatoloni lasciati a marcire sotto la pioggia. Il tanfo di cantina vecchia e polverosa, di scantinato non ventilato, è un altro sentore diffuso e spesso collegabile alla presenza di TBA. Un terzo segnale olfattivo importante è la scomparsa delle note di pesca, pera e agrumi. Bisogna insomma diffidare dei vini che non emanano alcun profumo gradevole.

Gusto: la perdita di frutto e la persistenza piatta

Sebbene il naso sia il primo a lanciare l’allarme, il palato conferma il sospetto attraverso sensazioni tattili e retrogustative alterate. Un vino contaminato perde la sua progressione armoniosa. La persistenza, che nei bianchi dovrebbe essere lunga e sapida, diventa breve e lascia un retrogusto amaro o terroso. L'acidità percepita risulta attenuata da una secchezza insolita, che rende il vino difficile da apprezzare. Nei vini rossi scompaiono i tipici sentori di frutta e spezie.

Un errore comune è pensare che la decantazione possa aiutare. Al contrario del sentore di riduzione, che svanisce con l'aria, il TCA è una molecola stabile. Più il vino resta nel bicchiere, più la molecola si volatilizza e il difetto diventa prepotente, proprio mentre gli aromi residui svaniscono del tutto. 

La decantazione serve ad altro: a favorire l’apertura degli aromi complessi. In generale, l’ossigeno aiuta i vini sani a fiorire, mentre nel vino guasto finisce per spogliare il liquido delle ultime resistenze aromatiche, lasciando il TCA padrone assoluto del calice.

Sempre a livello gustativo, la contaminazione si avverte dopo il sorso quando la bocca si fa subito secca. L’impressione che resta è di una nota amaricante che ricorda, appunto, la masticazione del sughero. In casi meno evidenti, il vino sembra piatto, privo di slancio e dei profumi fruttati o floreali tipici.

Cosa fare se il vino sa di tappo al ristorante o a casa?

Per un appassionato o un professionista che degusta i vini di qualità, come quelli prodotti da Cantine Neri, è fondamentale saper distinguere tra un vino “chiuso”, che necessita solo di ossigenazione, e un vino “tappato”, cioè contaminato e quindi irreparabilmente compromesso.

Nella mano che si solleva per richiamare il sommelier al tavolo si potrebbe cogliere il riflesso di una scena puramente cinematografica: un gesto teatrale che sembra appartenere più alla finzione che alla trama prosaica della nostra quotidianità. Eppure, quel richiamo seguito dalla frase “Sa di tappo” ha senso e necessità. Quando ci si accosta a una bottiglia di qualità, il diritto di riceverne l'essenza intonsa non è soltanto una tutela sancita dai codici della giurisprudenza, ma un tacito accordo tra chi ha curato la vigna, e poi ha imbottigliato il vino, e chi sta per assaggiare il prodotto.

Un professionista serio sostituirà subito la bottiglia, poiché il difetto non dipende né dal produttore né dalla conservazione in loco, ma è, come si suol dire, un’alea statistica del sughero.

Bisogna però cambiare anche il calice. E questo passaggio spesso viene trascurato anche dai ristoranti più attenti. Il TCA è una molecola invasiva e persistente. Quindi le molecole rimaste sulle pareti del bicchiere inquinerebbero immediatamente la nuova bottiglia servita.

Ovviamente il vino guasto deve essere rimosso dal conto. Sarà cura e responsabilità del ristoratore rivalersi poi sul distributore o sul produttore, che di norma sostituiscono i tappi difettosi come parte della garanzia di qualità.

In teoria, il vino contaminato potrebbe essere riciclato in cucina. Dato che il TCA dovrebbe evaporare insieme all’alcol… Tale strategia è consigliata solo per le lunghe cotture. Anche a casa, dunque, in presenza di un vino che sa di tappo, bisogna sapere come agire. Se la bottiglia è stata da poco acquistata, conviene richiuderla e riportarla all’enoteca o al supermercato dov’è stata presa. In alterativa, il liquido può essere riutilizzato come aceto o per sfumare arrosti o preparare brasati (aggiungendo magari un po’ di chiodi di garofano e spezie varie).

Esiste poi il trucco della pellicola in polietilene. Per tentare di eliminare il sentore di tappo, si può utilizzare la comune pellicola trasparente da cucina (il film superaderente usato per sigillare i recipienti). Scientificamente il metodo ha senso: il polietilene è idrofobo e attira le molecole di TCA, esercitando un’azione di “sequestro” chimico.

Tuttavia, il processo non è né rapido né semplicissimo. Per un efffetto efficace, bisognerebbe utilizzare circa un metro di pellicola appallottolata, versare il vino in una caraffa e immergervi la plastica, avendo poi cura di sigillare l’imboccatura del recipiente. Il tempo di contatto necessario può essere prolungato. Anche fino a 48 ore. Con il rischio concreto di mortificare il vino, riducendone l’intensità aromatica originale

Esistono alternative al sughero? Tappi a vite e sintetici

Come accennato, il TCA e il TBA non si sviluppano solo nel sughero. Tali composti possono derivare da fonti insospettabili che rendono l'aria della cantina un veicolo di infezione per il vino. Quindi, sostituire il tappo “naturale” con altri materiali non è una soluzione definitiva al problema.

Ma la lotta al TCA ha spinto l'industria enologica verso soluzioni tecnologiche all’avanguardia, cercando un modo di preservare il fascino del sughero naturale e, al contempo, eliminare tutti i suoi rischi intrinseci. Cantine Neri, bilanciando tradizione e ricerca contemporanea, guarda con attenzione a queste innovazioni per proteggere le sue 50.000 bottiglie annue.

Una delle rivoluzioni più significative è rappresentata dal trattamento Diamant, utilizzato per la produzione dei tappi tecnologici DIAM. Questo processo si ispira alla tecnica utilizzata per decaffeinare il caffè, applicandola alla purificazione della granella di sughero.

L’anidride carbonica viene portata a uno stato “supercritico” acquisendo nuove proprietà, che potremmo definire intermedie tra quelle di un gas e di un liquido. In questa condizione è in grado di penetrare nelle porosità più profonde del sughero ed estrarre selettivamente oltre 150 molecole volatili, incluso il temibile TCA. E così si può ottenere un tappo che offre sicurezza organolettica, permeabilità controllata ed ecosostenibilità.

Per i vini di pronta beva o per mercati internazionali che prediligono la praticità, le alternative al sughero offrono vantaggi evidenti in termini di costanza qualitativa. I tappi a vite (i cosiddetti screw caps), appropriati soprattutto per vini bianchi freschi, garantiscono una tenuta ermetica che preserva gli aromi primari e la freschezza acida. Poi ci sono anche i tappi sintetici di nuova generazione, che sono molto diffusi fra i produttori italiani.

Perché, in fondo, l’unica sorpresa che una bottiglia dovrebbe riservare è il racconto del suo territorio. Una suggestione libera da rischi e spiacevoli retrogusti. E, soprattutto, finalmente capace di parlare.

 

 

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