La vera anima di Orvieto, quella più intima e profonda, più misteriosa e ingegnosa, rifugge la luce del sole: sta nascosta nei silenzi millenari del tufo.
Quando si giunge a Orvieto, ogni visitatore resta a bocca aperta di fronte alla facciata del Duomo. La cattedrale della città umbra è un magnifico esempio del gotico italiano, con i suoi quattro pilastri di marmo scolpito che narrano la storia del mondo, dalla Creazione al Giudizio Universale, i fianchi a strisce bianche e nere di basalto e travertino e poi i mosaici sulla parte superiore della facciata che raccontano la vita della Vergine e che esplodono di luce, letteralmente, quando sono lambiti dal sole del pomeriggio.
Non c'è dubbio che sia l’attrazione più affascinante e significativa del territorio. Ma un’altra meraviglia, connessa ai misteri, alla devozione e allo spirito di sopravvivenza che danno forma all’identità del luogo, non sta solo lassù, tra i mosaici e le guglie: si cela sotto i piedi di chi attraversa le piazze e i vicoli della città.
Si pensa spesso a Orvieto come a una città sorta sopra una rupe; ma sarebbe più corretto definirla una città che, letteralmente, fu estratta dalla rupe. Quella massa enorme di tufo, che sembra così compatta, in realtà è un groviera, un labirinto di oltre milleduecento grotte. Non buchi fatti a caso. Ogni forra, ogni tunnel è un’opera d’ingegneria colossale, iniziata tremila anni fa e mai interrotta.
Un affascinante paradosso sottende al senso stesso di questo luogo. Mentre i maestri del mosaico si arrampicavano sulle impalcature per incollare tessere d'oro sotto il sole, a pochi metri da loro, proprio sotto i loro piedi, si muoveva un esercito di scavatori che esplorava il buio. Quando nel Duomo si innalzavano i salmi, nel ventre della terra non si arrestava mai il battere dei picconi che affondavano nella pietra.
Per fare grande e bella la città di sopra, gli orvietani hanno dovuto svuotare la città di sotto. E la rupe che, vista da lontano appare così solida, così imponente, è in realtà un guscio. Un universo sotterraneo da esplorare e gravido di storie e misteri. Ecco perché chiunque sia interessato a cogliere l’identità profonda della città e comprendere la sua storia dovrebbe scendere nelle sue viscere. Per capire davvero come faceva una città medievale a sopravvivere agli assedi, a fare l’olio, a conservare il vino e persino ad allevare i piccioni per la cena senza uscire dalle mura.
Viaggio nel tempo: dagli Etruschi ai giorni nostri
A dare inizio a questa storia sotterranea furono gli Etruschi, che abitarono la zona già a partire dal X secolo a.C. Oggi gli storici sono concordi nell’associare Orvieto all’antica Velzna, una delle dodici città-stato dell’Etruria. Il centro, poi denominato dai Romani Volsinii, sorgeva poco distante da un santuario noto come Fanum Voltumnae, dove si svolgevano importantissimi riti religiosi e si compivano ogni anno pellegrinaggi.
A partire dal V secolo a.C., le genti etrusche che abitavano Velzna si posero il problema della fortificazione dell’insediamento. E si scontrarono quasi subito con un limite: lassù, l’acqua non c’era ed era dunque impossibile pensare a un isolamento.
E allora cominciarono a scavare. E non si limitarono a dar vita a un pozzo e via. Crearono un sistema di cunicoli pazzesco per intercettare le falde acquifere. E, ancora oggi, quando il visitatore scende in Orvieto Underground, vede i segni di scalpello degli antichi operai etruschi. Di quegli uomini che hanno concepito e creato una rete idrica sotterranea che va intesa come un capolavoro.
Il lavoro degli antichi: i cunicoli di epoca etrusca
Gli Etruschi avevano una sorta di timore reverenziale per il sottosuolo, che associavano al mondo dei morti, eppure per la sopravvivenza della città non esitarono a trasformare le oscure profondità della terra in un cantiere perenne.
Al misterioso popolo italico si deve la creazione di un numero imprecisato di tunnel che attraversano l’intera rupe e che si intrecciano sotto la città contemporanea. E tali cunicoli sono ancora oggi preziosissimi tesori archeologici, da studiare e scoprire. Così come i tre profondi pozzi verticali, con le loro caratteristiche “pedarole”, ovvero le tacche necessarie alla discesa e alla risalita dei lavoratori impegnati nello scavo.
Altrove, le stanze dei pozzi ricalcano le tipiche forme di giacigli di antiche tombe, poi trasformate e riconcepite per nuovi usi. Buona parte del tessuto centrale dei sotterranei è di matrice etrusca. Ma non ci si deve stupire delle continue trasformazioni subite da questi ambienti.
La collocazione della città su di una rupe ne ha decretato la sicurezza in caso di attacchi esterni ma ne ha anche impedito l’espansione. Ed è per questo che gli abitanti si sono continuamente ingegnati per dar forma a nuovi spazi, creando nuove grotte e nuovi passaggi, e riutilizzando i sotterranei a disposizione, cancellando in molti casi quasi completamente le tracce del passato.
L'utilizzo in epoca medievale: frantoi, cantine e cisterne
La maggior parte delle testimonianze tangibili giungono dal Medioevo. Dall’epoca in cui Orvieto fu una potenza, una città ricchissima e densamente popolata. A quel punto, dato che lo spazio sopra era praticamente finito, si ricominciò a scavare.
Ed ecco perché ogni palazzo nobile ha la sua grotta. Il primo strato sotterraneo di Orvieto dà infatti spazio ai frantoi. Ai luoghi dove agivano delle enormi macine spinte dai muli o dai servi, al buio, nel fresco costante del tufo, per fare l’olio. Accanto ai frantoi, c’erano le cantine per il vino, prodotto che a tutt'oggi rappresenta un’eccellenza del territorio.
La famiglia Neri, a Bardano, proprio a due passi dalla rupe, porta avanti con le sue Cantine questa tradizione millenaria. Anche in campagna, dunque, quel tufo lavora ancora oggi come alleato indispensabile per i viticoltori.
A Bardano si trova un casale del XIII secolo. Non un casale qualsiasi: in passato fu sede dei Templari! Gente che non sceglieva mai i posti a caso. Sotto quel casale si scoprono infatti antichissime grotte, alcune di origine etrusca. Verosimilmente, già nel V secolo a.C. gli etruschi dovevano utilizzare questi spazi sotterraei per l’affinamento e la conservazione del vino. E oggi Cantine Neri continua a sfruttare quelle grotte millenarie come barricaia.
Il tufo, non a caso, è un isolante perfetto. Lì sotto la temperatura resta costante tutto l'anno, intorno ai 14-15 gradi, con un'umidità naturale che nessun macchinario contemporaneo riuscirebbe a replicare con la stessa anima e sensibilità. Il vino, dentro le botti di legno, respira nel silenzio e nel buio di una grotta che ha visto passare i secoli. E si arricchisce così di storia, di mistero e di fascino.
E lì, le Cantine Neri gestiscono una grotta dedicata esclusivamente allo spumante Metodo Classico, il Barrage, dove le bottiglie riposano per anni sui lieviti, difese dal tufo scavato dagli Etruschi.
Presso le Cantine Neri è possibile visitare la barriccaia, incastonata nella millenaria grotta etrusca con vista sulla città, e assaggiare vini che rimandano alla storia antica del territorio. Bianchi, come il Ca’ Viti, o rossi, come l’Americo, un Merlot in purezza che comunica la forza dei suoli tufaceo-argillosi da un cru posto intorno al fortilizio templare.
Anche sotto la città ci sono grotte simili, e sulle loro pareti, vicino ai dirupi, presentano quasi tutte delle file di nicchiette quadrate. A cosa servivano? Per i piccioni! Le genti medievali allevavano lì sotto questi uccelli, utili come servizio di posta, ma ancora di più come riserva di carne.
Dall’anno Mille in poi, molti dei pozzi etruschi furono utilizzati nel come discariche (i cosiddetti butti). Ma anche quella degradante ridestinazione d’uso si è rivelata poi interessante, offrendo agli archeologi importanti reperti che ci parlano della vita di ogni giorno dei nostri antenati. Dal Trecento in poi e per tutto il Rinascimento furono create nuove cisterne, tra cui l’opera più famosa: il pozzo della Cava o di san Patrizio, voluto da papa Clemente VII.
Il ruolo strategico durante le guerre
Già nel Medioevo, in occasioni di assedi e minacce esterne, la popolazione di Orvieto si rifugiava nelle grotte. Ma è nel Novecento che il sistema sotterraneo di cunicoli antichi si è rivelato una risorsa vitale per la gente.
Quel labirinto nascosto, in effetti, non è mai stato solo archeologia. Per gli orvietani è sempre stato memoria viva. E, nelle pagine più dure del passato recente, è stato anche quotidianità. Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando arrivavano i bombardieri, la gente di Orvieto non scappava fuori città. Faceva quello che aveva sempre fatto per secoli: scendere, per trovare riparo fra le grotte medievali e gli antichi pozzi etruschi.
Il tufo divenne così il rivestimento utile di veri e propri rifugi antiaerei. E migliaia di persone ammassate lì sotto hanno trovato la salvezza, sentendosi al sicuro tra metri e metri di roccia vulcanica.
C’è quindi una continuità storica concreta. Lo stesso spazio usato da un nobile del Trecento per il suo vino ha salvato la vita a qualche bambino nel 1944.
Cosa vedere nel percorso guidato
Orvieto Underground è il percorso guidato che consente ai visitatori di scoprire la storia nascosta della città. Dopo essere stati un po’ dimenticati, tutti questi spazi sono stati infatti riscoperti negli anni ’80, e ricollegati ai percorsi più noti, come quelli dei sotterranei della chiesa di Sant'Andrea, il labirinto di Adriano e il pozzo della Cava.
Seguendo l’itinerario guidato, sarà possibile visitare i grandi frantoi medievali, con le presse ancora lì, che sembrano aspettare solo un mulo per ripartire, i colombai a picco sulla rupe e i resti dei pozzi etruschi. E ancora: i forni per la ceramica, le cave di pozzolana e le cisterne per l'acqua.
Ogni forra è un quartiere di una città invisibile, uno spazio che testimonia la vita quotidiana e le incredibili tecniche di scavo nel tufo della rupe vulcanica. Il tour underground, che dura più o meno un’ora, è distinto ma complementare alla visita del famoso pozzo di San Patrizio.
Informazioni utili per la visita
La partenza è in piazza Duomo, di fronte alla facciata della cattedrale. Proprio lì si trova l'ufficio di Orvieto Underground. Tutti i giorni, tranne a Natale, partono tour a orari fissi. Alle 11, alle 12:15, alle 16 e poi alle 17:15.
Nel periodo estivo è consigliato prenotare la visita almeno un giorno prima, ed è importante portarsi dietro una giacchetta o una maglia più pesante, dato che in profondità la temperatura è più bassa. Lo abbiamo detto più su: ci sono 14-15° C costanti, dato che il tufo isola perfettamente.
Si cammina per circa un’ora. Non è una scalata sull'Everest né un viaggio verniano al centro della Terra, ma ci sono scale, rocce vive da superare e pavimentazioni irregolari. Meglio quindi indossare delle scarpe comode, e non fare la figura dei turisti della domenica con le infradito!
Nei periodi di maggiore affluenza turistica le visite sono disponibili anche in lingua tedesca. E, come rivelato dal sito ufficiale di Orvieto Underground, si possono prenotare tour guidati pure in altre lingue, come il francese, lo spagnolo e il russo.
Il biglietto intero costa 10 euro. Quello ridotto 8. La mail ufficiale è info@orvietounderground.it, i riferimenti telefonici sono questi due: 0763/344891 e 347/3831472.


