Nell’oro della Carbonara, nel rosso rubino dell'Amatriciana e nell’avorio della Cacio e Pepe si esprime l'essenza stessa di una romanità che sopravvive al tempo. È una topografia del gusto dove ogni ingrediente si fa monumento, evocando storie e leggende di transumanze, mercati rionali, dolce vita e convivialità.

Ma quale vino stappare per nobilitare sapori di così orgogliosa potenza? No, non è un compito facile. Occorre infatti saper scegliere un calice che possa reggere il confronto con ingredienti che diventano iconici nel momento stesso in cui danno forma a ricette identitarie. Accompagnare, senza farsi sovrastare, la cremosità dell'uovo, la sapidità così pervasiva del guanciale, l’effetto pungente del pepe e la spinta acida o più dolce del pomodoro.

La tradizione suggerisce di attingere ai prodotti delle vigne che circondano la Capitale. Il segreto dell’enologia laziale sta nella qualità dei suoli vulcanici: un territorio che dona ai vini una sapidità minerale perfetta per contrastare la grassezza dei tre grandi primi piatti romani.

Ecco perché con la Carbonara, che richiede un bianco di struttura, quasi burroso ma con una lama acida capace di pulire il palato dalla succulenza dell'uovo, si opta spesso per un Frascati Superiore o un Viognier delle campagne romane. Con l’Amatriciana, che preferisce invece il confronto con un rosso di medio corpo e dai tannini gentili, il compagno d’elezione a tavola diventa il Cesanese del Piglio: un vino fruttato, speziato e profondamente territoriale. E con la Cacio e Pepe si cerca un bianco profumato ma secco, come un Bellone o una Malvasia Puntinata.

Sebbene il Lazio sia oggi una Regione enologicamente sempre più consapevole della propria rilevanza, la sua cucina è figlia di confini fluidi. I tre grandi pilastri della tavola romana nascono, in fondo, lungo le rotte della Transumanza. Amatrice, oggi laziale, è stata per secoli parte dell'Abruzzo e del Regno di Napoli. Questo legame storico giustifica e insieme favorisce accostamenti con i territori fratelli

Di conseguenza anche un Montepulciano d’Abruzzo può dirsi abbinamento classico per l'Amatriciana, sposandone con successo tanto la struttura che la storia. Allo stesso modo, i bianchi campani di carattere, come il Fiano di Avellino o la Falanghina, possono dialogare invece magistralmente con la Carbonara, grazie alla loro spalla acida. E l’Umbria, con il suo Grechetto, sa offrire la giusta grinta per affrontare la sfida della Cacio e Pepe.

Scegliere il vino per questi piatti non è solo una questione di chimica del gusto, ma un atto di sensibilità culturale che unisce il Tirreno all'Adriatico, il vulcano alla montagna.

I Principi Fondamentali con la Cucina Romana

La cucina romana non è mai stata una tradizione di sfumature, ricerca di sapori delicati o di sussurri al palato. È una cucina orgogliosamente di sostanza e d’impatto. Per questo, il vino da portare a tavola dovrà dimostrare innanzitutto carattere, per saper gestire, pena la sconfitta dei sensi, l’intensità di ingredienti e preparazioni dall’anima riottosa e un po’ aggressiva.

Carbonara, Amatriciana e Cacio e Pepe nascono verosimilmente a fine Settecento lungo i tratturi, le vie che i pastori percorrevano per portare le pecore dall'Abruzzo, che allora apparteneva al Regno di Napoli, verso le pianure del Lazio, nello Stato della Chiesa. Bisogna dunque immaginare questi piatti come refezioni di un pastore, obbligato a stare fuori per mesi. Costui si preparava al lungo viaggio portando con sé poche provviste e privilegiando ingredienti che non sarebbero andati a male.

Il pecorino, cioè il formaggio fatto con latte di pecora, abbondante sale e lunga stagionatura, il guanciale, grasso puro, stagionato sotto pepe e sale, e il pepe, una spezia un tempo preziosa proprio perché utile non solo a conservare ma anche a insaporire cibi altrimenti monotoni.

Il principio gastronomico di base è la conservazione. Piatti del genere non badavano alla freschezza, intesa come prodotto dell’orto colto al mattino, ma alla sostanza e alla possibilità di essere preparati con ingredienti stagionati. L’altro cardine è la tradizione. Bisogna raccontare la storia di questi piatti figurandosi un vero e proprio albero genealogico. Alla base di tutto c'è la Gricia, il grado zero della cucina romana: pasta, guanciale e pecorino. Punto. Secondo alcuni storici, il nome deriverebbe dai venditori ambulanti di pane che giravano nella Roma dell'Ottocento: svizzeri, provenienti dal cantone dei Grigioni. 

Dal Regno di Napoli venne poi il pomodoro, quando i Borboni vollero sviluppare le coltivazioni della pianta americana oltre il territorio vesuviano, e più precisamente nelle campagne di Amatrice. E così nacque l’Amatriciana. Quanto alla Carbonara, i fatti si fanno più misteriosi. Il nome del piatto rimanda alla Carboneria, la società segreta che sognava l’unità di Italia. O ai carbonari, ovvero ai boscaioli dell'Appennino. Ma testimonianze più certe ci portano agli anni della Seconda Guerra Mondiale. Prima dell’arrivo delle truppe americane, nei ricettari romani non vi è infatti traccia della cosiddetta Carbonara… Quindi c’è chi ipotizza un incontro tra il guanciale locale e le uova in polvere e il bacon dei soldati statunitensi nel 1944 o giù di lì. 

Quanto alla Cacio e Pepe, la ricetta potrebbe essere antichissima. Gli ingredienti, in pratica, sono soltanto due. Ma il segreto del piatto sta tutto nella tecnica. Cioè nell’emulsione, che diventa poi caposaldo anche delle altre preparazioni storiche della tradizione romana.  

Grasso, sapidità e struttura: le caratteristiche da bilanciare

I primi piatti romani esprimono tre caratteristiche fondamentali: la grassezza, la sapidità e la struttura. Il grasso, rappresentato dalla presenza del guanciale e del formaggio, è la componente che avvolge la lingua e che crea una sorta di pellicola isolante. E il vino dovrà dunque vincere una simile resistenza. Come? Caricando con un affondo di acidità o, meglio ancora, con un brivido di effervescenza. Ecco perché bollicine e sorso vibrante esprimeranno nel bianco il loro conveniente valore. Occorre un vino che sappia sgrassare, ripulire il palato per il boccone successivo.

Il pecorino romano e il guanciale portano la sapidità a livelli particolarmente alti. L’errore comune è abbinare a certi piatti un vino troppo alcolico. L'alcol e il sale si esaltano a vicenda ma in modo sgraziato, dando origine a una spiacevole sensazione di bruciore. Ciò che serve per reagire al contenuto di sapidità dei primi della tradizione romana è la freschezza. E con essa occorre anche una spiccata mineralità.

I piatti classici capitolini sono anche portate dal peso specifico evidente: primi calorici, avvolgenti e ricchissimi di sapore. Il vino da abbinare a tali ricette dovrà perciò avere corpo e dimostrare persistenza. Serve insomma sostanza, in modo che il sorso non sparisca al primo contatto con l’uovo, il guanciale o il pecorino.

Il ruolo del guanciale (e del pecorino romano)

Il guanciale, a differenza della pancetta, è un prodotto nobile: un grasso più tenace e genuino, che col calore si scioglie e si addolcisce, cedendo qualità e sapore alla preparazione cui è aggiunto. Per il sommelier la presenza del guanciale implica innanzitutto un confronto con la sua particolare succulenza. Quando il salume diventa liquido, il suo grasso acquisisce una consistenza burrosa che invade le papille e sprigiona le note speziate, determinando dunque la necessità di un vino di buona acidità, che non possa svanire o stonare sotto il peso di tanto sapore.

Il pecorino è la quota più “violenta” di questi piatti. È un formaggio a pasta dura, salato, leggermente piccante, con un odore intenso e pungente, tipico del latte di pecora. Inoltre, porta con sé un sapore persistente, che riempie lingua e palato. E nell’ottica di un abbinamento, il pecorino richiama un vino che abbia una sua specifica morbidezza, e magari un passaggio sui lieviti, per bilanciare l’aggressività del latte di pecora stagionato.

Errori da evitare (spoiler: attenzione ai tannini!)

L’errore più comune, con la Cacio e Pepe e la Carbonara, è stappare un rosso pesantemente tannico, magari un grande barricato. Per comprendere la natura di tale inciampo basta ragionare su alcuni principi di chimica elementare

Il tannino è quella sostanza caratteristica dei vini rossi che asciuga la bocca e che messo insieme alla sapidità così spinta del pecorino romano dà forma a un corto circuito. Il sale amplifica a dismisura la percezione del composto polifenolico naturale contenuto nel vino rosso, rendendolo amaro e metallico, spesso sgradevole. 

I rossi sono invece preferibili in abbinamento all’Amatriciana, dove la presenza del pomodoro ammorbidisce la sapidità e la grassezza di guanciale e formaggio. Cacio e Pepe e Carbonara necessitano di altre caratteristiche: di mineralità e acidità. 

Nei bianchi, è quindi sensato cercare la mineralità vulcanica dei Castelli o l’eleganza data dalla freschezza vibrante dei vitigni irpini. Per quanto riguarda i rossi, specie quando l'Amatriciana richiama il colore del sangue, sarebbe bene non esagerare con il corpo. Meglio scegliere vini di pronta beva, con tannini più levigati e setosi. Meglio ancora, rossi con tannino quasi impercettibile. Il Cesanese è quindi perfetto in quanto scuro nell'anima ma gentile nel tratto: un vero diplomatico della tavola romana!

Carbonara: il matrimonio tra crema e bollicine (o bianchi strutturati)

La grassezza del guanciale e la tendenza dolce dell’uovo, che rendono la Carbonara uno dei primi piatti più amati e consumati nel mondo, richiedono vini capaci di pulire il palato. Idealmente, bisognerebbe preferire bianchi abbastanza acidi e minerali, capaci di non cedere sotto la potenza della sapidità del pecorino e dalla piccantezza calda del pepe.

Un bianco che abbia almeno due o tre anni di affinamento riuscirà poi a garantire la maggiore complessità aromatica. Una qualità utile a evitare che il vino scompaia di fronte all’intensità degli ingredienti del piatto.

La tradizione evoca spesso la mineralità. Il Frascati Superiore è, sotto questo punto di vista, la scelta classica. Con la sua mineralità e con la sua buona persistenza, questo vino laziale riesce infatti a equilibrare perfettamente l’intensità del guanciale e del pecorino. Ma il primo a base d’uovo riesce a dialogare bene anche con le bollicine metodo classico. Spumanti come un Franciacorta o un Trento DOC sono dunque graditi compagni della Carbonara nella misura in cui l’anidride carbonica e l’acidità riescano a svolgere un’azione sgrassante immediata sulla cremosità del tuorlo.

L’altra scelta possibile rimanda ai bianchi strutturati e morbidi. Vini come lo Chardonnay, magari affinato in legno, o il Soave Classico, che con la loro texture possono reggere la complessità del piatto senza esserne annichiliti.

Dopodiché, bisogna sottolineare la piacevolezza di un ultimo possibile incontro: quello con un vino umbro che riesce a tenere insieme mineralità, freschezza, carattere ed effervescenza. Si tratta del Barrage procanico prodotto dalle Cantine Neri. Un vino consigliato in ragione del contributo offerto dalle bollicine e dall’acidità garantita da raffinato Metodo Classico Extra Brut: la corrispondenza ideale per contrastare la ricchezza e l’untuosità del guanciale e della crema d'uovo. Il Grechetto, con la sua freschezza, netterà il palato a ogni sorso, creando un discreto equilibrio.

Amatriciana: il rosso che non ti aspetti (e i bianchi aromatici)

Anche l’Amatriciana richiede vini capaci di domare la triade dall’anima decisa protagonista del piatto: la grassezza del guanciale, l’acidità del pomodoro e la sapidità del pecorino. A differenza della Carbonara, qui la presenza del pomodoro sposta la preferenza verso vini rossi di medio corpo o rosati di struttura. Ma anche i bianchi rientrano fra gli abbinamenti possibili, specie quando sanno esprimere una spiccata aromaticità.

Come anticipato, l’abbinamento territoriale per eccellenza è offerto dal Cesanese del Piglio, un rosso con tannini morbidi e una punta di acidità che non copre il sapore del sugo ma sa accompagnare con l’opportuna gentilezza la sua persistenza aromatica.

Altre scelte classiche per l’Amatriciana, oltre al già citato Montepulciano d'Abruzzo, sono gli altri rossi di natura fruttata e di struttura equilibrata di medio corpo, come il Sangiovese, dal tannino contenuto e dall’acidità naturale, e il Chianti classico. 

Il Rosso dei Neri è un’altra scelta interessante da abbinare al piatto. Il rosso orvietano che nasce da un blend di uve Cabernet Sauvignon, Merlot, Montepulciano e Sangiovese, rivela il giusto corpo e l’opportuna finezza per gestire la grassezza del guanciale e la sapidità del pecorino, mentre i suoi tannini morbidi e la sua freschezza fruttata sono compatibili con il pomodoro.

Oltre ai rossi, anche i bianchi più strutturati sanno sposarsi bene con il piatto della tradizione gastronomica di Amatrice. Per esempio, il Greco di Tufo, che con la sua struttura importante e la tipica nota sulfurea dialoga senza imbarazzo alcuno con il sapore del pecorino e l’intensità del guanciale, mentre con l’acidità riesce a reggere il gusto complesso e rotondo del pomodoro. Lo stesso vale per le versioni affinate del Fiano avellinese e per il Grechetto umbro, per esempio un Vardano, un bianco di corpo, strutturato, spesso con una leggera nota tannica naturale e lievi sfumature aromatiche, che contrasta bene il sapore del sugo senza perdersi.

Cacio e Pepe: l'abbinamento di eleganza e contro bilanciamento

La Cacio e Pepe è una piccola sfida per ogni bravo sommelier. Il piatto, che basa la sua qualità su un equilibrio particolarissimo tra la grassezza del formaggio, la tendenza dolce dell’amido e la pungenza aromatica del pepe nero, ha bisogno di un accompagnamento delicato e insieme di carattere.

Il vino servito a tavola insieme a una Cacio e Pepe dovrà infatti domare la forza del Pecorino e la piccantezza del pepe. Il pepe nero in grandi quantità tende a rendere amari i vini rossi. Per questo, con questo primo, il rosso tannico è quasi sempre un azzardo, a meno di non voler provare un rosso leggerissimo e fresco come un Schiava dell'Alto Adige.

In generale, è preferibile tornare al Frascati, la cui freschezza un po’ sapida sa così bene intendersi con il sapore del pecorino, agendo pure per affinità di suolo. Un’alternativa sempre offerta dal territorio laziale è la Malvasia Puntinata, un bianco di grande corpo e note floreali che resistono bene alla spigolosità della speziatura.

Quando la crema ottenuta dal cacio è particolarmente densa, e tende perciò a tappare le papille gustative, la soluzione ideale è data dalle bollicine, che intervengono proprio a stimolare e “riaprire” il senso ottundo dal sapore di questo primo. Considerando ciò, un Franciacorta Satèn, con la sua caratteristica cremosità dovuta a una minore pressione atmosferica, è uno spumante che saprà fondersi con la struttura del piatto e pulire il palato con la sua elegante acidità. 

Il Ca’ Viti delle Cantine Neri è l’opzione migliore laddove si voglia trovare un vino capace di contrastare la cremosità del piatto, rendendolo dunque più leggero e appetibile. La freschezza del vino prodotto in Umbria, unita alla sua caratteristica mineralità, è utile nel bilanciare la forte salinità del pecorino. 

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